6 settembre 2012

NOI


Siamo espatriati di un paese senza nome.
La libertà è il nostro passaporto. Non conosciamo confini. Siamo nati nel fiume della vita, beviamo alla sorgente della trasformazione.

Siamo vecchi. Come i monumenti silenziosi. Siamo nomadi, come il vento. Siamo nati da appena un momento.

Respiriamo la vita da ogni narice.
Abbiamo conosciuto il dolore. Che ci ha resi vulnerabili. La sofferenza ci ha fatto dono dell'immortalità e dell'umanità più vera.

Siamo fratelli. E sorelle. Amiamo passeggiare da soli, a piedi nudi. Eppure non conosciamo la solitudine e ci sentiamo pieni.

La nostalgia viaggia insieme a noi, accucciata nello zaino come un animale fedele e indomabile. La rispettiamo. La annusiamo. La nutriamo. Ma non siamo suoi prigionieri.

Le storie sono il balsamo per la nostra anima. Preferiamo quelle più antiche. Le storie di chi ha rischiato, di chi si è esposto. Di chi ha vissuto.

Sentiamo profumi che le persone ignorano. Abbiamo un fiuto particolare per l'autenticità. E' difficile mentirci, anche se siamo ingenui come bambini.

L'istinto ci guida. Attraverso scelte che spesso ci sorprendono e ci spaventano. Ma non sindachiamo mai la sua voce. Sappiamo cosa significa averla perduta: il ricordo del silenzio dell'anima ancora ci atterrisce.

Abbiamo molte cicatrici. Carne viva maciullata che si è sanata con la carezza del tempo. Siamo feriti. Danneggiati. Bruciati. Ma teniamo il cuore aperto e amiamo senza risparmiarci.

Parliamo con qualcosa che nessuno vede. Ma il sussurrare della natura è per noi più reale del guaito di un cane.

Sappiamo ascoltare: siamo otri vuote sempre pronte a ricevere l'acqua.

Ci dicono che siamo strani. Hanno ragione.
Siamo esuli. Non apparteniamo a niente e a nessuno. Passiamo leggeri senza lasciare orme. Siamo come il vento che gioca tra i filari di vite.

Abbiamo tentato di conformarci. Di mettere radici. Di rientrare nei canoni.
Invano.
Siamo quasi morti.
Avevamo preso in prestito la vita di qualcun'altro. Di chi cercava sicurezza, stabilità. Di chi aveva un nome.
Ci siamo infilati nelle regole più strette. Abbiamo modificato il nostro corpo e i nostri pensieri per adattarci a piccole scatole buie.
E giorno dopo giorno la nostra anima sbiadiva. Si faceva opaca, come i nostri occhi.

Quando la tristezza ci mordeva da dentro, la vita ci è venuta in soccorso.
Un terremoto ci ha scosso, riportato alla verità.
Abbiamo pagato a caro prezzo il tradimento della nostra natura. Nessuno sconto. Nessuna scorciatoia.
Abbiamo tremato ma sapevamo che era poca cosa rispetto a quello che stavamo per perdere.
Così, siamo tornati a casa. Scalzi. Scavati. Con le ossa spezzate. Ma negli occhi brillava di nuovo una scintilla.

Io non so perchè siamo così.
Certi giorni è una benedizione. E' tanto. E' troppo. Ci commuove fino alle lacrime.
Certi altri è un inferno. L'abisso della consapevolezza ci consuma. Siamo navi senza approdo.
Questa è la nostra pelle.
Ci riconosciamo dall'odore. E' un misto di muschio e stelle, rugiada e sudore.

Siamo un popolo senza una terra.

Viviamo oggi, in questo istante che allunga la sua ombra verso l'infinito.

Siamo fili della rete del grande pescatore. Una rete antica, usurata dal tempo ma ancora forte. La salsedine ha indurito i nostri volti. Ma il cuore è rimasto tenero.

Clandestini nella notte, rubiamo passaggi su treni che viaggiano verso una meta. Che non è mai la nostra.
Non vogliamo mappe. Non cerchiamo un posto. La nostra casa è là dove lo spirito allarga le sue ali.

Lasciaci nel vento. Bagnaci di sole.
Cullaci mentre, dolcemente, ci addormentiamo. E ritorniamo alla fonte.

(dedicato a mio marito Alessandro)


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