17 giugno 2012

Sono stata su un barcone di migranti.

Mare al mattino di Margaret Mazzantini – ed. Einaudi
mare-al-mattino Mare al mattino mi ha sorpreso affaccendata nella mia vita, tutta presa dai miei problemi e superficialmente interessata a quelli degli altri, dei fratelli più sfortunati e lontani.
Le notizie di tragedie mi hanno dato assuefazione: troppe, da troppo tempo, senza nemmeno un respiro in mezzo per riflettere, vivere il dolore in modo autentico, assimilarlo e poi lasciarlo andare.

Da quando, poi, diversi problemi di salute hanno preso possesso della mia quotidianità, mi sono ulteriormente rinchiusa, dimenticando che non c’è limite al peggio e che il dolore è una dimensione che accomuna – chi più chi meno – tutti gli esseri umani.



Mare al mattino l’ho letto un sabato al mare. D’un fiato. Non come si leggono quei libri troppo belli, che non riesci a staccarti perchè ti brucia la pancia di curiosità. Piuttosto come si veglia al capezzale di un malato terminale. Che non puoi pensare di andare a prenderti un caffè sapendo che potrebbe spirare da un momento all’altro.

Questo libro mi ha scavato nel profondo. Ha riaperto un cuore un po’ distratto, un po’ indurito per riportarlo alla tenera e sincera comunione con l’altro che soffre. Con quell’altro che è si “un altro” ma sei anche tu, in quel momento.

Margaret – con una bravura assoluta e sguardo limpido, chiaro e mai pietoso – ci porta su quel barcone di disperati migranti dalla Libia, in cerca di un approdo, di una terra che non arriverà mai.
Il mare e il destino si fondono in un’unica sostanza, imperscrutabile, profonda, severa, inizialmente ostile e poi soltanto immensa.

Siamo nulla, microbi, scarafaggi perduti che osservano un orizzonte liquido, ardendo di una speranza disperata, aggrappandoci alla vita con ogni lembo del nostro essere.
E, infine, accettando l’inaccettabile: che la morte ci coglie non quando siamo pronti ma quando decide lei.

Se ci sia un senso, in tutta questa umana ingiustizia, vien proprio da chiederselo quando si chiude l’ultima pagina. Lo strazio è così intenso da annacquare ogni pensiero razionale.

Sono stata su un barcone di migranti con una giovane madre che insegue il sogno di salvare il proprio bambino. E invece lo sente spegnersi, piano piano, fiammella senza più cera. La sua unica preoccupazione è resistere, non andarsene prima di lui, per non lasciarlo solo al cospetto della solitudine del mare.

Eroicamente riesce. Mostrando una dignità e una docilità che paiono impensabili in una mischia di carne maciullata e spogliata di ogni umanità, alla deriva nel nulla.

Margaret ci porta lì.
Non un solo commento. Che sarebbe inutile, stonato.
La vita parla da sè. Anzi, grida forte.

Io non so voi, ma da quel barcone non riesco più a scendere.
Mi auguro di non farlo mai.
E ringrazio Margaret per avermi aperto non gli occhi ma il cuore.

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